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Interventi · 23 settembre 2026

SPES CONTRA SPEM

Osservazioni sulla Nota “Un cammino di speranza” dei Dicasteri per la Dottrina della Fede, per l’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso


Carlo Maria Viganò

SPES CONTRA SPEM

Et non est in alio aliquo salus. Nec enim aliud nomen est sub caelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri.

Act 4, 12

Habere non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet matrem.

S. Cyprianus, De unitate Ecclesiæ, 6

Premessa: una data che accusa

La Nota Un cammino di speranza, redatta per il sessantesimo anniversario di Nostra Ætate, porta la firma dei Cardinali Fernández, Koch e Koovakad. Leone XIV l’ha approvata e ne ha ordinato la pubblicazione. È datata 16 settembre, memoria dei Santi Cornelio e Cipriano.

Non so se gli estensori si siano accorti dell’ironia: San Cipriano è il Padre che ha consegnato alla Chiesa la formula salus extra Ecclesiam non est. Egli ha insegnato che non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre. Sotto la sua protezione si pubblica un documento che, per sessanta paragrafi, si guarda bene dal ripetere quella verità; anzi, in molti modi la contraddice e la nega. E si tratta del Dicastero che fu il Sant’Uffizio. L’organo istituito per custodire la Fede Cattolica ora ne firma la liquidazione.

Aggiungo che la Nota vede la luce quattro giorni dopo la festa del Santissimo Nome di Maria. Il Beato Innocenzo XI la estese alla Chiesa universale in ringraziamento per la liberazione di Vienna dagli Ottomani, nel 1683. Proprio in quei giorni la Santa Sede ci spiega che il vero pericolo per la Cristianità si chiama islamofobia.

Esaminiamo dunque il documento, non per ciò che dichiara di voler essere, ma per ciò che “insegna”.

I. Una rottura confessata

La Nota si presenta come testimonianza di una «continuità arricchita». Ma basta leggerla per accorgersi che essa stessa smentisce questa pretesa, e più di una volta.

Già all’inizio (n. 1) essa afferma che Nostra Ætate ha segnato un cambiamento profondo nel modo in cui la Chiesa comprende il proprio rapporto con le altre religioni. Nella conclusione (n. 57) si compiace che quella Dichiarazione conciliare abbia trasformato radicalmente le relazioni interreligiose. La Chiesa, vi si legge, sarebbe passata da un atteggiamento riservato e distante a un cammino di dialogo. Al n. 51 si arriva a dire che il dialogo trasforma le persone, le comunità e talvolta perfino le strutture ecclesiali.

Ora, la Chiesa non può «comprendere diversamente» il proprio rapporto con l’errore, perché quel rapporto è fissato dalla Rivelazione divina. Il Concilio Vaticano I lo ha insegnato con parole che non ammettono aggiornamenti. Il senso dei sacri dogmi dichiarato una volta dalla Chiesa si deve ritenere per sempre: nec umquam ab eo sensu, altioris intelligentiæ specie et nomine, recedendum; non ci si deve mai allontanare da quel senso [dei dogmi] sotto il pretesto o l’apparenza di una migliore comprensione (Dei Filius, cap. 4). E nel Giuramento Antimodernista di San Pio X ogni chierico, fino al 1967, giurava: prorsus rejicio hæreticum commentum evolutionis dogmatum, ab uno in alium sensum transeuntium diversum ab eo, quem prius habebat Ecclesia; rifiuto assolutamente la finzione eretica dell’evoluzione dei dogmi, che passerebbero da un significato a un altro diverso da quello che la Chiesa professava prima.

Un documento che celebra la «trasformazione radicale» di un insegnamento non descrive uno sviluppo omogeneo. Descrive una mutazione. E coloro da quei Dicasteri adulterano la Fede, consenziente ed auspice Leone, tradiscono ed abusano dell’autorità che ricoprono.

II. L’indifferentismo in clergyman

Il cuore dottrinale della Nota è una tesi che la Chiesa ha sempre condannato: le false religioni sarebbero, in qualche misura, vie di accesso a Dio.

Si ripete (n. 1) che la Chiesa nulla rigetta di ciò che è vero e santo nelle altre religioni. Si fa propria (n. 33) la catechesi di Leone del 29 ottobre 2025, per la quale in ogni ricerca religiosa sincera si dovrebbe discernere un riflesso dell’unico Mistero divino. Si afferma (n. 59) che lo Spirito Santo opera all’interno delle diverse religioni dei popoli e vi accende la fiamma della sapienza. E infine (n. 51) si definisce il dialogo interreligioso «un luogo teologico, dove lo Spirito Santo vuole farsi sentire».

Che vi siano frammenti di verità naturale sparsi negli errori dei pagani, nessun cattolico lo ha mai negato. Il demonio stesso, per ingannare, mescola il vero al falso. Ma altro è riconoscere un frammento di verità dentro un sistema erroneo; altro è attribuire a quel sistema, in quanto tale, un valore di salvezza, una presenza dello Spirito Santo, una funzione di «luogo teologico». Questo secondo passo è precisamente ciò che il Magistero perenne ha condannato.

Il Beato Pio IX, nel Syllabus, ha condannato le seguenti proposizioni:

Homines in cujusvis religionis cultu viam æternæ salutis reperire æternamque salutem assequi possunt. Gli uomini possono trovare la via della salvezza eterna e conseguire l’eterna salvezza nel culto di qualunque religione (prop. 16).

Saltem bene sperandum est de æterna illorum omnium salute, qui in vera Christi Ecclesia nequaquam versantur. Si deve almeno avere buona speranza circa la salvezza eterna di tutti coloro che non si trovano affatto nella vera Chiesa di Cristo (prop. 17).

Pio XI, nella Mortalium Animos (1928), ha descritto con esattezza profetica i congressi interreligiosi del futuro. Ne ha condannato il principio: la falsa opinione di chi ritiene tutte le religioni plus minusve bonas ac laudabiles, più o meno buone e lodevoli. E ha avvertito che chi aderisce a tale opinione si allontana del tutto dalla Religione rivelata da Dio.

San Pio X, nella Pascendi, ha smascherato la radice teologica di questo errore: l’immanentismo modernista. Se la religione nasce dall’esperienza del divino nel sentimento dell’uomo, ogni religione, persino quella dei pagani, dovrà dirsi vera. La Nota non fa che applicare questo principio quando parla di «ricerca religiosa sincera» e di «dialogo dell’esperienza religiosa» (n. 39).

Lo Spirito Santo è Spiritus veritatis (Jo 16, 13), e non può abitare là dove si nega la Divinità del Figlio che Lo ha mandato. Il Salmista non conosceva le sfumature del dialogo: Quoniam omnes dii gentium dæmonia, poiché gli dei dei pagani sono demoni (Ps 95, 5). Né le conosceva l’Apostolo: quæ immolant gentes, dæmoniis immolant, et non Deo, quello che immolano i pagani, lo immolano ai demoni e non a Dio (1 Cor 10, 20).

III. L’Antica Alleanza e la Sinagoga

La parte più grave del documento riguarda l’ebraismo. Voglio essere chiaro fin d’ora, perché la malafede dei neo-modernisti è pronta a travisare. L’odio verso gli Ebrei è un peccato, e la Chiesa lo ha sempre condannato; la carità verso di loro è un dovere. Ma la carità più grande che si possa loro usare è quella che la Chiesa ha sempre praticato: pregare per la loro conversione a Nostro Signore Gesù Cristo, loro Messia. È precisamente questa carità che la Nota sopprime.

1. La genesi naturalistica del Cristianesimo

Al n. 10 la Nota espone una ricostruzione che nessun Padre della Chiesa mai riconoscerebbe. Il cristianesimo primitivo si sarebbe sviluppato a partire dal «movimento avviato da Gesù». I primi cristiani avrebbero adottato principi dell’ebraismo di allora, adattandoli alla nuova situazione post-pasquale. Giudaismo rabbinico e Cristianesimo apparirebbero così come due rami paralleli della stessa radice.

Questa è la storia delle religioni del razionalismo ottocentesco, non la Fede cattolica. La Chiesa di Cristo non è un «adattamento» del giudaismo. Essa è il vero Israele, Israël Dei (Gal 6, 16), nel quale le promesse sono compiute. Il giudaismo rabbinico, sorto dopo la distruzione del Tempio, non è un fratello gemello della Chiesa: è la prosecuzione di quella parte d’Israele che non ha riconosciuto il tempo della Sua visita (Lc 19, 44).

Che un documento dell’ex Sant’Uffizio ricorra all’autorità del teologo calvinista Karl Barth (n. 5), per illustrare l’Incarnazione come «la Parola [che] si fece carna ebraica», dice tutto sulla sua ispirazione...

2. L’alleanza «irrevocabile» e la religiosità attuale degli Ebrei

Al n. 13 la Nota afferma che l’alleanza con il popolo ebraico è irrevocabile e ha un significato teologico. Aggiunge che la religiosità degli Ebrei di oggi, non solo quella legata all’Antico Testamento, sarebbe rilevante per i cristiani. Arriva a presentarla come effetto della Parola rivelata, un valore attuale e dinamico capace di arricchirci. La Nota si premura di negare le «due vie di salvezza». Ma è una smentita di facciata, perché subito dopo attribuisce valore salvifico e teologico proprio a ciò che ha appena detto di non considerare una via parallela. Contro questa dottrina sta tutto il Magistero perenne della Chiesa.

L’Apostolo Paolo insegna: Dicendo autem novum, veteravit prius. Quod autem antiquatur et senescit, prope interitum est; dicendo “nuova alleanza”, Dio ha dichiarato antica la prima; e ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire (Hebr 8, 13).

Il Concilio di Firenze, nella Bolla Cantate Domino (1442), definisce che le prescrizioni legali dell’Antico Testamento sono cessate con la venuta di Cristo. Dopo la promulgazione del Vangelo, esse non si possono osservare senza perdere la salvezza eterna. E lo stesso Concilio proclama che nessuno di quelli che esistono fuori della Chiesa cattolica — non solo i pagani, ma neppure i Giudei o gli eretici e gli scismatici — può divenire partecipe della vita eterna. Firmiter credit, profitetur et prædicat, nullos extra catholicam Ecclesiam existentes, non solum paganos, sed nec Judæos aut hæreticos atque schismaticos, æternæ vitæ fieri posse participes.

San Tommaso (S. Th. I-II, q. 103, a. 4) insegna, con i Padri, che le cerimonie della Legge antica, dopo la Passione, sono morte, e dopo la divulgazione del Vangelo sono mortifere.

Pio XII, nella Mystici Corporis (1943), insegna che con la morte del Redentore la Legge antica è abrogata, ed è subentrato il Nuovo Testamento.

La Chiesa Cattolica, per diciannove secoli, ha pregato il Venerdì Santo[1] perché Dio tolga il velo dal cuore del popolo ebraico, secondo le parole di San Paolo: velamen positum est super cor eorum. Cum autem conversus fuerit ad Dominum, auferetur velamen; fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci si converte al Signore, il velo viene rimosso (2 Cor 3, 15-16). La Nota non considera quel velo un impedimento da rimuovere, ma una ricchezza da cui imparare.

3. Una citazione amputata

Vi è poi un dettaglio che rivela il metodo. Al n. 14 la Nota invoca il decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928 (AAS 20 [1928], 103-104) come precedente della propria lotta all’antisemitismo. Quel decreto, in effetti, condanna l’odio contro il popolo un tempo eletto da Dio. Ma la Nota tace il suo oggetto principale. Il decreto sopprimeva l’associazione Amici Israël, i cui membri chiedevano, tra l’altro, di modificare la liturgia del Venerdì Santo. Il Sant’Uffizio giudicò le loro idee contrarie al sentire della Chiesa, alla dottrina dei Padri e alla sacra Liturgia.

I funzionari dei Dicasteri romani, dunque, citano a proprio sostegno un documento che condannava esattamente ciò che essi oggi promuovono. Non è una svista: è il marchio di un’operazione ingannevole che si nutre di citazioni amputate e di omissioni calcolate.

4. Il giudaismo rabbinico non è la religione dell’Antico Testamento

Qui sta l’equivoco su cui poggia l’intero edificio della Nota – e di Nostra Ætate – che parla dell’ebraismo come se fosse la religione di Abramo, di Mosè e dei Profeti, giunta intatta fino a noi per un’altra strada. Ma non è così, e il Magistero lo ha sempre saputo. La religione istituita da Dio sul Sinai era tutta ordinata al Tempio, al sacerdozio levitico e al sacrificio rituale: quando il velo del Tempio si squarciò e il Sacrificio della Croce compì e abolì le figure, quell’economia era finita; e la distruzione del Tempio nel 70, che nessun ebreo osservante ha mai potuto riparare, ne fu la sanzione visibile. Ciò che è sorto dopo — il giudaismo rabbinico e talmudico, codificato nella Mišnah e nel Talmud fra il II e il VI secolo e nelle sue scuole posteriori — non è la continuazione della religione mosaica: è una costruzione post-cristiana, elaborata in larga parte per opposizione alla Chiesa e al riconoscimento di Gesù come Messia venuto nella carne. Non è il ramo antico: è un ramo nuovo, nato dopo il Calvario e contro il Calvario, nato dal Sinedrio che condannò Nostro Signore Gesù Cristo.

Perciò la formula dei «fratelli maggiori» (n. 20) e quella dei «padri nella fede» (n. 12) non sono espressioni infelici: sono errori teologici. Altroché fratelli maggiori! I nostri padri nella fede sono i Patriarchi e i Profeti, che attesero Cristo e che Cristo, disceso agli inferi, liberò. Maria Santissima, gli Apostoli, i primi martiri erano Ebrei, e l’Ecclesia ex circumcisione è nostra madre. Ma il rabbinismo posteriore non ci è padre in nulla: è nato dopo di noi e in polemica contro di noi. San Paolo, che pure amava i suoi fratelli secondo la carne fino a voler essere egli stesso anatema e separato da Cristo in loro favore (Rom 9, 3), insegna che i rami naturali sono stati recisi a causa dell’incredulità, e che Dio è potente per innestarli di nuovo se non si ostineranno nell’incredulità (Rom 11, 20. 23). Tutta la speranza dell’Apostolo riposa su quel se: e la Nota, che cita abbondantemente la Lettera ai Romani, quel se non lo nomina mai.

Aggiungo una parola che voglio sia intesa esattamente per ciò che dice. Il criterio dato dall’Apostolo San Giovanni non riguarda un popolo, né un sangue, né una nazione: riguarda una dottrina: Quis est mendax, nisi is qui negat quoniam Jesus est Christus? Hic est antichristus, qui negat Patrem et Filium. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio (1 Jo 2, 22). Chiunque neghi il Cristo cade sotto quella sentenza: greco o romano, europeo o americano, laico o chierico, e oggi anzitutto chierico... Ma una religione che si è costituita storicamente attorno alla negazione della Messianità di Nostro Signore Gesù Cristo non è una fede sorella con qualche lacuna: è, in linea di principio, l’antitesi del Cristianesimo. Dirlo non è disprezzo verso alcuno: è la ragione stessa per cui la Chiesa Cattolica ha pregato per la conversione d’Israele in ogni Venerdì Santo della sua storia. Chi ci ha tolto quella preghiera non ci ha resi più caritatevoli: ci ha resi indifferenti alla salvezza eterna di uomini che diciamo di amare.

5. Un cattolicesimo giudaizzante

Ciò che la Nota intende portare a compimento ha un nome antico, e lo si trova nella Lettera ai Galati: quomodo gentes cogis judaizare? Perché costringi i gentili a giudaizzarsi? (Gal 2, 14). San Paolo ha combattuto per tutta la vita contro chi voleva mantenere accanto alla Croce un’economia parallela, e ha usato parole che nessun Dicastero oserebbe oggi ristampare: si circumcidamini, Christus vobis nihil proderit; se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla (Gal 5, 2). Il giudaizzante non nega Cristo: Lo affianca. Non dice che la Croce è inutile: dice che non è spes unica. Ed è esattamente la struttura del n. 13, dove si nega a parole la dottrina delle due vie di salvezza e la si riafferma nella sostanza, attribuendo all’antica alleanza un significato teologico attuale e alla «religiosità ebraica» odierna un valore che ci arricchirebbe.

Questo giudaismo cristianizzato non è un’invenzione conciliare: da quasi due secoli il mondo protestante anglosassone coltiva la medesima teologia delle due alleanze — il dispensazionalismo di Darby e di Scofield — con le conseguenze politiche ormai visibili in tutte le nazioni occidentali, in cui esponenti del “cristianesimo sionista” asservano le nazioni alla mafia ashkenazita. La chiesa sinodale non ha fatto che importarne la sostanza, vestendola di lessico “cattolico”: il cattolicesimo giudaizzante di oggi è il corrispettivo sinodale del sionismo protestante. Due percorsi diversi per origine, identici nell’effetto, poiché entrambi rendono la Croce parzialmente superflua e riducono la Chiesa Cattolica a una delle vie.

6. Il noachismo, ovvero la religione universale dei gentili

Se si nega che gli Ebrei debbano convertirsi a Cristo, resta da chiedersi che cosa venga offerto ai gentili. La tradizione rabbinica ha su questo una risposta antica e coerente: i sette precetti noachidi (Sanhedrin 56a), un codice morale minimo riservato ai non ebrei, che esclude per essi ogni pretesa soprannaturale. Una religione universale senza Trinità, senza Incarnazione, senza Croce, senza Sacerdozio, senza Chiesa, senza Grazia e senza Sacramenti. Non è una curiosità erudita: nel 1991 il Congresso degli Stati Uniti, con la Public Law 102-14, ha solennemente riconosciuto le «Sette Leggi Noachidi» come fondamento della civiltà.

Si confronti ora quel progetto con ciò che la Nota propone. Al n. 58 le religioni sono chiamate a trasformare il mondo perché diventi espressione fraterna della volontà di Dio, e al n. 53 ci si affretta a escludere che si voglia fondare una religione mondiale. Il risultato è però il medesimo: un monoteismo generico, una morale comune, una fraternità senza il Figlio di Dio. Non ho bisogno di attribuire intenzioni a nessuno, e mi guardo dal farlo: basta osservare che la chiesa sinodale sta predicando ai gentili pressappoco ciò che la Sinagoga ha sempre riservato ai gentili, e che in nessuno dei due schemi resta un posto per Nostro Signore Gesù Cristo. È questo, e non la fraternità evangelica, che si nasconde dietro l’espressione «fratelli maggiori».

IV. L’Islam e la memoria di Lepanto

Al n. 43 la Nota riprende da Nostra Ætate l’affermazione che i musulmani adorano l’unico Dio. E si rallegra della crescente consapevolezza critica verso l’islamofobia.

Ma quale Dio adora chi nega espressamente la Santissima Trinità, la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, la Sua morte in Croce e la Sua Risurrezione? L’Apostolo San Giovanni risponde senza ambiguità: Omnis qui negat Filium, nec Patrem habet; chiunque nega il Figlio non ha neanche il Padre (1 Jo 2, 23). E ancora: Omnis qui recedit, et non permanet in doctrina Christi, Deum non habet; chiunque recede, e non rimane nella dottrina di Cristo, non ha Dio (2 Jo 9). Un monoteismo che rifiuta il Figlio non è una forma imperfetta della vera fede: è la sua negazione, e per di più consapevole, perché il Corano conosce Cristo e Lo rifiuta come Dio.

Vi è poi la dimensione pratica, che la Nota sfiora con una prudenza rivelatrice. Al n. 45 essa riprende Evangelii Gaudium per chiedere ai cristiani di accogliere con affetto gli immigrati musulmani, mentre implora i paesi islamici di concedere ai cristiani la libertà di culto. Si osservi l’asimmetria dei verbi: da una parte un dovere, dall’altra una supplica. La reciprocità viene invocata da sessant’anni e non è mai arrivata, e nessuno osa trarne la conclusione ovvia.

Nel frattempo l’immigrazione di massa prosegue, promossa da poteri politici e finanziari che ne conoscono benissimo gli effetti, e benedetta da una gerarchia che vi ha trovato la sua ultima ragione sociale (e una comoda fonte di profitto che compensa le disastrose perdite di donazioni e offerte dei propri fedeli). Le conseguenze sono sotto gli occhi di chiunque non sia pagato per non vederle: intere periferie europee sottratte di fatto alla legge e al costume cristiano; chiese vendute, chiuse o trasformate mentre si moltiplicano le moschee; una sostituzione etnica e religiosa pianificata che non si può più negare e che si preferisce chiamare arricchimento. Al n. 47 la Nota ammette le persecuzioni dei cristiani da parte di gruppi estremisti, ma senza nominarne il luogo, la causa e il rimedio: l’unica risposta individuata è ancora il dialogo. Un dialogo che si volta altrove, quasi infastidito dal sangue dei Martiri cattolici in Nigeria, massacrati quotidianamente da coloro a cui Roma stringe la mano sorridente.

La carità verso il singolo straniero è un dovere, e nessuno qui lo discute. Ma la carità ha un ordine — l’ordo caritatis che San Tommaso espone nella Somma (II-II, q. 26, a. 6-8) — e la carità verso lo straniero non obbliga un popolo cristiano a consegnare ai propri figli una terra scristianizzata. I Pontefici che organizzarono la Lega Santa amavano i Turchi abbastanza da volerne la conversione, e amavano i propri popoli abbastanza da non consegnarli loro. Oggi si è smesso di fare l’una e l’altra cosa, e questo doppio vile abbandono viene ipocritamente chiamato accoglienza.

La Nota evoca più volte San Francesco d’Assisi come patrono della «fratellanza universale» (n. 30). In questi giorni la Chiesa ha celebrato l’Impressione delle sue Sacre Stimmate. Ebbene, quando il Poverello si recò a Damietta dal Sultano al-Malik al-Kamil, nel 1219, non vi andò per «costruire una società fraterna capace di accettare le differenze». Vi andò per predicargli Nostro Signore e convertirlo. Nella sua prima Regola dispose che i frati andati tra i Saraceni annunciassero la Parola di Dio, perché credessero e fossero battezzati. Questa è la fratellanza francescana: la carità che vuole la salvezza eterna del fratello, non che costui si confermi nell’errore.

San Pio V non combatté l’islamofobia: radunò la Lega Santa, affidò la flotta al Rosario, vinse a Lepanto e istituì la festa di Santa Maria della Vittoria. Il Beato Innocenzo XI, dopo Vienna, consacrò al Nome di Maria il 12 settembre. Secondo i criteri di questa Nota, entrambi andrebbero annoverati tra i «modelli monolitici» che il n. 54 dichiara fonte di violenza e sofferenza.

V. Libertà religiosa e religione dell’Uomo

La Nota lega espressamente Nostra Ætate a Dignitatis Humanæ (n. 2). Presenta la libertà religiosa come condizione di ogni relazione rispettosa tra le religioni e la pone a fondamento di una «cittadinanza universale».

Anche qui il Magistero precedente è unanime.

Gregorio XVI, nella Mirari vos (1832), chiama la libertà di coscienza un’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto un delirio, che sgorga dalla fonte avvelenata dell’indifferentismo: Ex hoc putidissimo indifferentismi fonte absurda illa fluit ac erronea sententia, seu potius deliramentum, asserendam esse ac vindicandam cuilibet libertatem conscientiæ; da questa immondissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza.

Il Beato Pio IX, nella Quanta Cura (1864), fa propria quella condanna. Il Syllabus condanna la proposizione per cui ognuno è libero di abbracciare la religione che, alla luce della ragione, avrà giudicato vera (prop. 15). Condanna anche quella per cui non converrebbe più che la religione cattolica sia l’unica religione dello Stato (prop. 77).

Leone XIII, nella Immortale Dei (1885) e nella Libertas præstantissimum (1888), insegna che lo Stato non può trattare tutti i culti allo stesso modo senza cadere nell’ateismo pratico. La libertà di culto, intesa come diritto a professare qualsiasi religione, contraddice la virtù di religione, che è dovuta al solo vero Dio.

Pio XI, nella Quas Primas (1925), proclama la Regalità sociale di Cristo sugli individui, sulle famiglie e sugli Stati. Denuncia il laicismo come la peste del nostro tempo.

Anche il sogno della «fratellanza universale» senza Cristo è già stato giudicato. San Pio X lo ha fatto nella Lettera Notre charge apostolique (1910), con cui condannava il Sillon. Vi denunciava un grande movimento di apostasia, organizzato in tutti i paesi, pour l’établissement d’une Église universelle qui n’aura ni dogmes, ni hiérarchie, ni règle pour l’esprit, ni frein pour les passions, per l’istituzione di una Chiesa universale che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regola per lo spirito, né freno per le passioni. La Nota, al n. 53, si affretta a precisare di non voler fondare una grande religione mondiale, e nel frattempo pretende che le religioni trasformino il mondo perché diventi espressione fraterna della volontà di Dio (n. 58). Una volontà di Dio che, evidentemente, si può esprimere indifferentemente in una sinagoga, in una moschea, in una pagoda o nella Basilica di San Pietro.

Nella stessa Lettera, San Pio X ricordava che i veri amici del popolo ne sont ni révolutionnaires, ni novateurs, mais traditionalistes, i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti. Questo spiega perché oggi i tradizionalisti vengano trattati come nemici.

VI. L’abolizione della missione

Il punto in cui la Nota getta la maschera è il n. 54. Vi si legge che «la difesa della propria posizione e il proselitismo», come modalità di incontro con l’altro, non avrebbero più senso nel «villaggio globale». Al n. 22 si ammoniscono coloro che sarebbero «tentati» di insistere sull’obbligo di annunciare Cristo. Al n. 46 si rassicura che non vi è proselitismo nella dinamica dell’amore.

Prima di rispondere occorre smascherare l’inganno lessicale, perché è su di esso che l’intera operazione si regge.

Proselitismo, nell’uso corrente, ha un’accezione negativa: evoca la persuasione aggressiva, la pressione psicologica, il reclutamento, la coscienza comprata con il pane o piegata con la minaccia. Ebbene: l’evangelizzazione non è proselitismo, e non lo è mai stata. La Chiesa ha sempre insegnato che l’atto di fede deve essere libero e che gli infedeli non si possono in alcun modo costringere a credere (S. Th. II-II, q. 10, a. 8). San Gregorio Magno vietò di battezzare gli Ebrei contro la loro volontà, e quel divieto passò nella costituzione Sicut Judæis, rinnovata da una lunga serie di Pontefici. Nessun cattolico degno di questo nome ha mai difeso le conversioni forzate.

L’inganno consiste nel far coincidere i due termini evangelizzazione e proselitismo. Bergoglio, con inganno, ha giocato su questa identificazione, attribuendo al mandato di evangelizzare le caratteristiche odiose del proselitismo: l’arroganza, la violenza, la mancanza di rispetto per l’altro. Compiuta la sostituzione, il gioco è fatto: chi predica la conversione diventa un aggressore, chi tace diventa un uomo di dialogo, e il missionario, che per venti secoli è stato l’immagine più pura della carità cristiana, è considerato intollerante e divisivo.

È un sofisma elementare, e proprio per questo efficace. Ma va detto con chiarezza: nessuno di noi promuove il proselitismo: questa è piuttosto la prerogativa delle sette specialmente di matrice protestante. Noi rivendichiamo il mandato di Nostro Signore, che è cosa ben diversa e che nessun Papa e nessun Dicastero ha il potere di abrogare.

Nella chiesa conciliare e sinodale il comando di Nostro Signore è considerato una forma di intolleranza da bandire. Ma quel comando non può essere cancellato: Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti (Mt 28, 19). E non ammette deroghe: Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit; qui vero non crediderit, condemnabitur (Mc 16, 16).

Benedetto XV, nella Maximum illud (1919), ha ricordato ai missionari che il loro unico fine è la dilatazione del Regno di Cristo e la salvezza delle anime. Lo stesso hanno insegnato Pio XI nella Rerum Ecclesiæ (1926) e Pio XII nella Evangelii præcones (1951). La Chiesa che rinuncia a convertire gli infedeli non è più missionaria e tradisce la propria ragion d’essere. Diventa un’agenzia di mediazione culturale al servizio della «convivenza pacifica».

Anche la prassi che la Nota elogia è stata esplicitamente vietata dalla legge della Chiesa. Il n. 49 loda le «celebrazioni condivise»; il can. 1258 § 1 del Codice di Diritto Canonico del 1917 in vigore fino al 1983 stabiliva che non è lecito ai fedeli in alcun modo assistere attivamente o prendere parte alle funzioni sacre dei non cattolici: Haud licitum est fidelibus quovis modo active assistere seu partem habere in sacris acatholicorum. Il n. 19 celebra il pantheon di Assisi del 1986, con i capi delle false religioni radunati a pregare ciascuno il proprio dio. La Mortalium Animos aveva vietato ai cattolici ogni partecipazione a simili assemblee.

Il n. 41 presenta le «coppie interreligiose» come frutto del dialogo. Il can. 1070 stabiliva che la disparità di culto rende nullo il matrimonio. Il can. 1060 dichiarava che la Chiesa proibisce anche i matrimoni misti con battezzati non cattolici.

Il n. 38 della Nota ricorda con compiacimento che il Dicastero invia messaggi augurali per le feste delle altre religioni. San Giovanni aveva ordinato di non salutare nemmeno chi non porta la dottrina di Cristo: Nec Ave ei dixeritis (2 Jo 10). Oggi la Santa Sede fa gli auguri per il culto degli idoli. Ma quale intesa tra Cristo e Belial? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Quæ autem conventio Christi ad Belial? Qui autem consensus templo Dei cum idolis? (2 Cor 6, 15-16).

VII. La neolingua del falso irenismo

Resta da dire del linguaggio, che non è un accessorio ma il veicolo dell’errore.

La Nota ci offre la «cultura della complessità, della flessibilità e dell’amicizia» (n. 55) e il modello del «poliedro» (n. 56). Ci parla di «casa comune», di «villaggio globale» e di «martiri del dialogo» (n. 33). Nessuno di questi termini appartiene al lessico della Fede. Tutti appartengono al lessico dell’ideologia globalista. I Martiri della Chiesa sono morti per non aver dialogato con l’idolatria, e per aver rifiutato un granello d’incenso a Giove. La Nota ne ha inventato una nuova categoria, i martiri del compromesso.

Pio XII, nella Humani Generis (1950), ha descritto questo fenomeno con precisione. Ha deplorato il falso irenismo di chi, per favorire l’unione, è disposto a svuotare i dogmi del loro senso e a sostituire la terminologia scolastica con formule vaghe e adattabili. Non si nega apertamente la verità: la si rende indicibile, perché le parole per dirla sono state abolite.

Una Chiesa che non sa più pronunciare le parole infedele, eresia, conversione, inferno non ha bisogno di rinnegare formalmente la Fede. L’ha già fatto nella lingua.

VIII. Conclusione: la strada larga

La Nota si intitola Un cammino di speranza, e il suo ultimo paragrafo invita tutti a percorrerlo insieme. Ma Nostro Signore ci ha avvertiti che esistono due vie. Una è stretta e conduce alla vita. L’altra è larga e spaziosa, et multi sunt qui intrant per eam (Mt 7, 13). Il cammino proposto da Leone e dai Dicasteri romani ha tutte le caratteristiche della seconda. È largo, perché vi entra chiunque senza conversione. È spazioso, perché tutto vi è ammesso tranne la pretesa della Verità. È affollato di dignitari di tutte le religioni, e vi manca soltanto Colui che ha detto: Ego sum via, et veritas, et vita. Nemo venit ad Patrem nisi per me (Jo 14, 6). Abramo, del quale la Nota rivendica la paternità comune, contra spem in spem credidit (Rm 4, 18): sperò contro ogni speranza umana, perché credette alla promessa di Dio, che è Nostro Signore Gesù Cristo. La speranza che la Nota ci propone è l’esatto contrario: una speranza tutta umana, che ha smesso di credere alla Promessa.

Questa non è la speranza teologale, che ha per oggetto la vita eterna e per fondamento i meriti di Nostro Signore. È la speranza mondana di una pace senza il Principe della Pace, di una fratellanza senza il Padre, di una convivenza senza la Croce. È la Religione dell’Uomo che la Massoneria ha teorizzato per tre secoli e che la chiesa conciliare, sessant’anni fa, ha cominciato a predicare dai suoi pulpiti.

A chi mi chiederà se sia lecito respingere un documento approvato dal Papa, rispondo con San Paolo: Licet nos aut angelus de cælo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1, 8). Ho citato Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII, San Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, il Concilio di Firenze e il Concilio Vaticano I. Chi tra loro e questa Nota si trova in contraddizione con la Fede di sempre? Non certo quei Pontefici.

Ai fedeli dico: non lasciatevi turbare. Ciò che è stato vero per diciannove secoli non è diventato falso il 28 ottobre 1965 con la promulgazione di Nostra Ætate, né il 16 settembre 2026 con la pubblicazione di questa Nota. Continuate a pregare per la conversione degli infedeli, degli eretici e degli Ebrei, come la Chiesa ha sempre fatto. Continuate a professare che fuori della Chiesa non vi è salvezza. Continuate ad amare le anime abbastanza da desiderarne il Battesimo.

E rivolgiamoci a Colei della quale la Chiesa canta: Gaude, Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Ella, che a Lepanto e a Vienna ha salvato la Cristianità dalla spada, la salverà anche da questo inganno più sottile. Lo farà quando un Papa tornerà a fare ciò che fecero San Pio V e San Pio X: confermare i fratelli nella Fede, condannare l’errore, e restituire alla Chiesa la sua missione. O lo farà Nostro Signore, nel giorno della Sua seconda Venuta, quando Egli riassumerà in Sé la Regalità universale e il Sommo Pontificato.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

21 Settembre MMXXVI
S. Matthæi Apostoli et Evangelistæ

[1] Oremus et pro perfidis Judæi: ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum; ut et ipsi agnoscant Jesus Christum Dominum nostrum.

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