Interviste · 11 settembre 2026
INTERVISTA CON GAETANO MASCIULLO PER LifeSiteNews
Sul Concilio, il Katechon e lo Scisma del Capo - Prima Parte
Carlo Maria Viganò
Gaetano Masciullo: Eccellenza, nel suo nuovo libro Lei sostiene che oggi il primo nemico del Papato sia il Papa stesso. Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è soltanto apparente, e si scioglie non appena si distingue ciò che la teologia cattolica ha sempre distinto: il Papato come istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu es Petrus, e la persona che in un determinato momento della storia ne occupa la Cattedra. Il Papato è indefettibile, perché è di Cristo; la persona del Papa è un uomo, con il suo libero arbitrio, che può corrispondere alla grazia di stato oppure rifiutarla. D’altra parte, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla Maestà divina di conservare nella santa Religione il Domnum Apostolicum, proprio perché sa che la sua perseveranza nella Fede non è garantita automaticamente dall’ufficio. Se così non fosse, se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di venir meno al proprio mandato, pregare per lui non avrebbe senso.
Quando un Pontefice usa l’autorità che gli è stata conferita ad ædificationem per demolire ciò che quell’autorità è chiamata a custodire — la dottrina, la liturgia, la disciplina, la stessa costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa — egli si pone in contraddizione con il proprio munus. Non è più il servo del Papato: ne è il primo avversario, perché nessun nemico esterno potrebbe ferire la Chiesa quanto colui che la ferisce dall’interno rivestito della veste di Pietro.
Ho chiamato questo fenomeno scisma capitale nel senso proprio della parola: uno scisma che parte dal caput, dal capo. Lo scisma classico è la separazione di una porzione del corpo dal capo; qui assistiamo al contrario: è il capo che si separa dal corpo mistico e dalla Tradizione che lo precede, che si ribella a ciò che i suoi predecessori hanno insegnato e che egli avrebbe l’obbligo di trasmettere intatto. San Paolo lo dice con parole che non ammettono repliche: sed licet nos aut angelus de cœlo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1,8-9). Nemmeno un angelo, nemmeno un Apostolo, nemmeno il Successore dell’Apostolo Pietro può annunciare un altro vangelo. Il Papa è il custode del Depositum, non il suo padrone; e chi da custode si fa padrone, tradisce la ragione stessa per cui Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito il Papato in forma vicaria.
Gaetano Masciullo: Lei paragona la situazione attuale alla rimozione del katéchon di cui parla San Paolo (2 Tess 2, 6-8). Quale ruolo gioca la figura di Leone XIV in questa drammatica rimozione del “freno” all’iniquità?
I Padri e i grandi commentatori hanno visto nel katéchon, in «colui che trattiene», tanto l’Impero romano cristiano quanto, con esso, l’autorità della Chiesa, e in modo eminente l’autorità del Papato, che per secoli ha opposto un argine al mysterium iniquitatis. Quel freno ha cominciato ad essere allentato dal momento in cui la gerarchia, con il Concilio Vaticano II, ha rinunciato a esercitare la propria autorità nel senso voluto da Cristo, per cercare la conciliazione con il mondo, con il pensiero moderno, con la Rivoluzione. Da allora, chi avrebbe dovuto trattenere si è messo ad assecondare.
Leone XIV si inserisce in questo processo non come un innovatore, ma come colui che lo consolida e lo rende presentabile. Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: tunc revelabitur ille iniquus. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.
Gaetano Masciullo: Di fronte alle sanzioni canoniche, lei invoca lo stato di necessità, come, del resto, ha fatto la Fraternità San Pio X per le sue nuove consacrazioni episcopali. Come risponde ai tanti conservatori che la accusano di disobbedienza formale al Papa?
Rispondo che l’obbedienza è una virtù, non un idolo. Essa ha per oggetto un comando legittimo dato da un’autorità legittima per il fine per cui quell’autorità esiste. Quando il comando è contrario alla Fede, alla legge divina o al bene delle anime, non solo non obbliga, ma obbliga a non obbedire: obœdire oportet Deo magis quam hominibus (At 5,29). Questo non è un’invenzione dei tradizionalisti: è San Pietro, è San Tommaso, è il Magistero di sempre, è la condotta dei Santi che hanno resistito ai Pontefici quando questi hanno sbagliato, da San Paolo che resistette a Pietro in faciem, a Sant’Atanasio, a Santa Caterina da Siena.
Lo stato di necessità non è un’invenzione per sottrarsi alla legge: è un principio del diritto stesso, secondo cui la salus animarum, che è la legge suprema, prevale sulle norme positive quando queste, applicate alla lettera, produrrebbero un danno irreparabile alle anime. La Fraternità San Pio X, consacrando i suoi Vescovi, ha compiuto esattamente ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, e per lo stesso motivo: Roma non dà alla Tradizione i vescovi di cui ha bisogno, e senza vescovi non vi sono sacerdoti, e senza sacerdoti non vi sono Sacramenti. Ed è significativo che, nel minacciare la Fraternità, Prevost abbia lasciato cadere il pretesto delle Consacrazioni per confessare che la vera colpa è il rifiuto del Concilio. Con ciò ha rivelato — forse involontariamente — la frode: le sanzioni canoniche sono uno strumento politico, brandito contro chi resta cattolico e mai contro chi apertamente nega la Fede.
Ai conservatori che mi rimproverano dico con affetto: voi obbedite a un uomo che vi chiede di disobbedire a Nostro Signore, e chiamate questa contraddizione «fedeltà». Io non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica; ho chiesto e chiedo a Leone XIV di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei. Non ho ricevuto risposta. Chi, tra i due, è in stato di scisma?
Gaetano Masciullo: In un ormai lontano discorso del 1999 ai vescovi europei tenuto dal Cardinale Carlo Maria Martini, pioniere della Mafia di San Gallo e — com’egli stesso amava definirsi — non antipapa, ma antepapa (colui che avrebbe preparato la strada al “nuovo” papa), la Chiesa per “aggiornarsi” deve sciogliere urgentemente una serie di nodi. Ed egli indicava come primo nodo la “carenza di ministri ordinati”, da sciogliere abolendo il celibato, o almeno rendendolo opzionale. Di recente, il vescovo Johan Bonny ad Anversa ha annunciato che ordinerà uomini sposati entro il 2028. Per non parlare poi della nomina ad Arcivescovo di Vienna di Josef Grünwidl, ex esponente del movimento dissidente “Call to Disobedience”, che auspicava proprio l’abolizione del celibato ecclesiastico. Roma assiste in silenzio a tutto ciò e, contrariamente che in altre situazioni, non minaccia sanzioni sebbene il diritto canonico venga puntualmente calpestato. Sembra quasi che Roma favorisca tutto ciò… Cosa ne pensa?
Non «sembra»: è così. Roma non è spettatrice distratta di un processo che le sfugge; ne è il regista. Il metodo è quello collaudato dalla Rivoluzione conciliare: si permette che la disobbedienza parta dalla periferia, si lascia che essa si consolidi come «fatto compiuto», e poi il centro interviene non per reprimerla ma per «accompagnarla», invocando la sinodalità, l’ascolto, le esigenze pastorali. Il caso Bonny è emblematico: un Vescovo annuncia pubblicamente che violerà la legge della Chiesa, e nessun Dicastero lo richiama. Il caso Grünwidl è ancora più eloquente, perché non si tratta di tollerare un dissidente, ma di promuoverlo a una delle sedi più importanti d’Europa. Chi ha militato in un movimento che si chiama letteralmente Call to Disobedience viene premiato da un Pontefice che scomunica chi chiede di poter obbedire alla Chiesa di sempre.
Ma la questione è più profonda del celibato. La «carenza di ministri ordinati» è il frutto avvelenato di sessant’anni di svuotamento del Sacerdozio. Quando si è cessato di credere che il sacerdote è alter Christus, che sale all’altare per rinnovare il Sacrificio della Croce, il celibato ha smesso di avere senso, perché ha senso solo come configurazione totale a Cristo Sommo Sacerdote. Il Card. Martini lo sapeva bene: la lista dei suoi «nodi» non è un elenco di problemi da risolvere, ma un programma di demolizione, in cui ogni punto è funzionale al successivo. Prima si abolisce il celibato, poi si apre alle donne, poi si riscrive la morale, poi si dissolve il matrimonio... È un piano, e i suoi esecutori si chiamano oggi con altri nomi ma perseguono lo stesso disegno. Che Martini si definisse antepapa la dice lunga sulla consapevolezza con cui la Mafia di San Gallo ha preparato ciò che oggi vediamo.
Gaetano Masciullo: Il secondo nodo individuato da Martini riguardava il ruolo delle donne e la questione dell’ordinazione femminile. I vescovi promossi da Leone XIV — penso a Mackinlay, Grögli, Satué, Grünwidl, e molti altri — si sono espressi apertamente a favore del diaconato femminile. La Commissione vaticana sul tema ha ribadito il “no” all’ordinazione sacramentale delle donne, ma ha definito tale giudizio “non definitivo”. Di conseguenza, numerosi vescovi oggi evitano di affrontare direttamente la questione, preferendo valorizzare la presenza femminile nel governo delle diocesi o proporre riforme liturgiche “inclusive”. A suo avviso, questa strategia mira a spostare progressivamente la Finestra di Overton sul tema dell’ordinazione femminile?
È esattamente la tecnica della Finestra di Overton, e nemmeno tanto dissimulata. Giovanni Paolo II, con la Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, non definì una novità: dichiarò che quella dottrina appartiene al Depositum Fidei ed è stata insegnata infallibilmente dal Magistero ordinario e universale — come la Congregazione per la Dottrina della Fede confermò nel Responsum del 1995. Dire oggi che quel giudizio è «non definitivo» significa dunque non già riaprire una questione disciplinare, ma negare l’infallibilità stessa del Magistero ordinario e universale.
Il diaconato femminile è il grimaldello, perché il Sacramento dell’Ordine è uno solo nei suoi tre gradi: ammettere una donna al diaconato significa ammettere che essa è capace di ricevere l’Ordine, e a quel punto l’esclusione dal presbiterato apparirebbe come una pura discriminazione da rimuovere. Non è un caso che l’ammissione delle donne agli ordini sia promossa da movimenti anticattolici in nome della parità di genere che la chiesa sinodale accoglie e fa sua. I neo-modernisti lo sanno perfettamente, e per questo non chiedono subito l’ordinazione sacerdotale: chiedono ruoli di governo, presenza nelle Curie, «ministeri» istituiti, liturgie «inclusive». Ogni passo prepara il successivo, e ogni passo viene presentato come innocuo. I Vescovi nominati da Prevost non sono stati scelti nonostante le loro posizioni sul diaconato femminile, ma proprio in ragione di esse: chi nomina un Vescovo ne conosce le idee, e chi ne nomina molti con le medesime idee sta costruendo un Episcopato che, al momento opportuno, chiederà «dal basso» ciò che il Papa desidera concedere «dall’alto». Questa è la sinodalità: la messa in scena di una domanda la cui risposta è già stata decisa.
A tutto ciò si aggiunge un aspetto che ritengo ancora più grave, e sul quale si tace colpevolmente: la promozione di donne a capo di Dicasteri romani. Abbiamo due religiose, suor Simona Brambilla[1] e suor Tiziana Merletti, rispettivamente Prefetto e Segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che comandano a Cardinali, Vescovi, Abati e sacerdoti; un’altra religiosa, suor Reffaella Petrini Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato; una laica, Maria Montserrat Alvarado, a capo del Dicastero per la Comunicazione che coordina e riorganizza l’intero sistema comunicativo della Santa Sede; donne nominate membri e consultrici di vari Dicasteri, tra cui quello per i Vescovi[2], cioè chiamate a decidere le promozioni all’Episcopato. Ora, il potere di governo nella Chiesa non è una funzione amministrativa che si possa attribuire a chiunque per decreto: esso è per sua natura connesso alla sacra potestas, che scaturisce dal Sacramento dell’Ordine, perché nella Chiesa — che è una società soprannaturale e non un’azienda — si governa in quanto si è configurati a Cristo Re e Sommo Sacerdote. Separare la giurisdizione dall’Ordine, conferendo a chi non può ricevere l’Ordine il potere di reggere coloro che lo hanno ricevuto, significa rovesciare la costituzione gerarchica che Nostro Signore ha dato alla Sua Chiesa. Ecco perché dico che Bergoglio, e ora Prevost, fanno molto di più e molto peggio che conferire gli Ordini sacri a queste donne. Un’ordinazione invalida sarebbe un sacrilegio, ma resterebbe un atto nullo; qui invece si smonta pezzo per pezzo l’ordine sacramentale, si rende la sacra potestas un accessorio superfluo, e si abitua il clero a obbedire a chi non ha alcun titolo divino per comandargli. È un attentato micidiale alla costituzione divina della Chiesa, condotto per via di fatto, senza bisogno di toccare un solo dogma.
Gaetano Masciullo: Il terzo e il quarto nodo individuati da Martini erano rispettivamente quello della morale sessuale e quello della disciplina del matrimonio. Nel suo libro-intervista ufficiale con Elise Ann Allen, Leone XIV ha dichiarato che si devono «cambiare gli atteggiamenti» delle persone prima ancora di cambiare la dottrina. Secondo Lei, quali mezzi vogliono utilizzare i neo-modernisti al potere per portare avanti questo cambiamento?
Quella frase merita di essere pesata, perché è una confessione. «Cambiare gli atteggiamenti prima di cambiare la dottrina» significa che la dottrina si cambia, ma non per prima: si cambia per ultima, quando ormai nessuno la crede più e la sua abrogazione formale appare come un mero atto notarile. È il metodo modernista descritto da San Pio X nella Pascendi: non si attacca frontalmente il dogma, si trasforma la mentalità che lo sostiene, si separa la fede dalla vita, e si lascia che la vita, così separata, trascini con sé la fede. In realtà non occorre nemmeno cambiare il dogma: lo si rende irrilevante per via pastorale.
E questo metodo ha oggi la sua carta teorica, che quasi nessuno ha voluto leggere per ciò che è. Nella Evangelii gaudium Bergoglio ha enunciato quattro principi, e il primo di essi — «il tempo è superiore allo spazio» — è la chiave che apre tutti gli altri: «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». In altre parole: non definire, ma avviare; non fissare un risultato, ma innescare una dinamica che nessuno potrà più fermare. Lo spazio è il territorio delimitato; il confine, la definizione dogmatica, il canone che dice fin dove è lecito andare; il tempo è il processo che quel confine lo erode senza mai dichiarare di volerlo abbattere. E si noti l’astuzia: chi presidia uno spazio deve difendere una posizione, e una posizione si può assediare, discutere, confutare; chi avvia un processo non ha posizioni da difendere, e perciò è inattaccabile. Non gli si può opporre nulla, perché non ha ancora affermato nulla.
Mi si obietterà che questo non è Hegel ma Romano Guardini, sul quale Bergoglio lavorò senza mai condurre a termine la sua tesi di dottorato. La polarità guardiniana — il Gegensatz — è concepita precisamente contro la contraddizione dialettica, giacché le tensioni vanno tenute insieme e non risolte in una sintesi superiore. Si chiami sintesi hegeliana o processo mai concluso, il risultato è che nessuna verità resta un punto fermo, ma diviene il momento di un divenire. E ciò che in Hegel era filosofia della storia, e in Marx si fece prassi rivoluzionaria (la prassi che precede il principio, lo giudica e lo sovverte) nella chiesa sinodale si chiama pastorale. Ed ecco l’opera sotto i nostri occhi: Amoris Lætitia non abroga l’indissolubilità del Matrimonio, apre un processo; Fiducia Supplicans non dichiara lecita l’unione irregolare, benedice chi vi si trova; il cammino sinodale non decide nulla, e proprio per questo decide tutto. La dottrina non viene mai formalmente toccata, e appunto per questo non può mai essere formalmente contestata. Non vi è proposizione da censurare, non vi è eresia da condannare, non vi è nulla su cui pronunciare un anatema. Al fedele resta la lettera intatta di un dogma che nella vita della Chiesa non vige più. Ma è esattamente questo che il Concilio Vaticano I colpiva con l’anatema, vietando che ai dogmi proposti dalla Chiesa si attribuisse un giorno un senso diverso da quello che essa ha inteso e intende: eodem sensu eademque sententia.
I mezzi sono quelli che vediamo all’opera da decenni. Il primo è il linguaggio: si sostituisce «peccato» con «fragilità», «conversione» con «cammino», «verità» con «discernimento», «legge di Dio» con «ideale». Il secondo è la prassi pastorale, resa deliberatamente ambigua: Amoris Lætitia con le sue note a piè di pagina, Fiducia Supplicans con le sue benedizioni che benedicono senza benedire; e ora la strategia di Prevost, che non ha ritirato nulla di tutto ciò ma lo lascia operare «con calma». Il terzo è la formazione: seminari, facoltà teologiche, catechesi, in cui da sessant’anni si insegna che la morale cattolica è un residuo storico da superare. Il quarto è la scelta dei pastori: si promuovono coloro che praticano l’ambiguità e l’errore, e si emarginano coloro che parlano chiaro.
E sotto tutto questo vi è un’alleanza che non ho mai esitato a denunciare: quella tra la chiesa sinodale e l’agenda globalista. Non si tratta di un’ideologia fra le altre, ma della sintesi di tutte le ideologie di destra e di sinistra, che per due secoli hanno finto di combattersi mentre conducevano gli uomini al medesimo approdo; una sintesi di matrice neomalthusiana, che nell’uomo non vede più l’immagine di Dio ma un’eccedenza da amministrare, e che perciò è antiumana prima ancora di essere anticristica. Le sue articolazioni le conosciamo, e ciascuna colpisce un aspetto preciso dell’ordine voluto dal Creatore: la dissoluzione della famiglia naturale; il pansessualismo e l’ideologia di genere, che negano l’uomo creato masculum et feminam; il vaccinismo, che fa del corpo una proprietà dello Stato; l’ecologismo, che sostituisce al culto del Creatore quello della creatura; l’immigrazionismo, che dissolve le nazioni e con esse i popoli cristiani; e al vertice il transumanesimo, che promette all’uomo la divinizzazione senza Dio già promessa nell’Eden dal serpente: eritis sicut dii.
La chiesa conciliare non subisce questo processo: vi partecipa. Ha rinunciato a giudicare il mondo e ha accettato di esserne giudicata; ha smesso di convertirlo, e si è lasciata convertire da esso. Ecco perché il terzo e il quarto nodo di Martini non sono affatto nodi da sciogliere: il matrimonio indissolubile e la morale sessuale non sono l’involucro storico di un’epoca tramontata, ma la carne stessa del Vangelo, e sono parole di Nostro Signore — quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Chi pretende — da Papa — di cambiarle non riforma la Chiesa: fonda un’altra religione, e la fonda sulle rovine di quella che aveva ricevuto in custodia.
[1] Suor Brambilla ha accanto un Pro-Prefetto, il Cardinale Ángel Fernández Artime, nominato con lei il 6 gennaio 2025 e riconfermato da Leone XIV. L’invenzione stessa della figura del Pro-Prefetto è la confessione implicita che quell’ufficio esige la sacra potestas — un espediente che ammette il problema fingendo di risolverlo.
[2] Le tre donne al Dicastero per i Vescovi sono Petrini, Brambilla, Reungoat, nominate membri nel luglio 2022.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
11 settembre 2026
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