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Interventi · 13 settembre 2026

SUBTER QUERCUM, QUAE ERAT IN SANCTUARIO DOMINI

Omelia nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo


Carlo Maria Viganò

SUBTER  QUERCUM, QUAE  ERAT  IN  SANCTUARIO  DOMINI

Quasi terebinthus extendi ramos meos,

et rami mei honoris et gratiæ.

Eccli 24, 22


Ecce lapis iste erit vobis in testimonium,

quod audierit omnia verba Domini.

Jos 24, 27

Diletti Fratelli e Sorelle,
carissimi Claudio, Mauro e Antonio,
carissimi Silvio e Francesco,

Quando Giosuè, giunto al termine dei suoi giorni, radunò le tribù d’Israele a Sichem per rinnovare l’Alleanza, non le condusse in un palazzo, né entro le mura di una fortezza. Le condusse sotto una quercia. E là, dopo che il popolo ebbe gridato Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus, egli prese una grande pietra e la pose subter quercum, quae erat in sanctuario Domini, e disse: «Ecco, questa pietra sarà per voi testimone, perché ha udito tutte le parole del Signore».

Un patto, un popolo, una quercia. La Scrittura ce lo mostra tremila anni prima che accadesse qui in Viterbo, sul Campo Graziano, nel settembre del 1467. Perché anche Viterbo, liberata dalla peste dopo una settimana di preghiera e penitenza, si legò alla sua Signora con un patto d’amore — così lo chiamarono i nostri padri, e così lo chiamiamo ancora — e anche Viterbo lo strinse sotto una quercia. Non la pietra fu il testimone, ma un povero coppo di terracotta, dipinto da un pittore che si chiamava Monetto e appeso a un ramo da un artigiano che si chiamava Battista. Quel coppo ha udito il voto della Città; quel coppo, da cinque secoli e mezzo, ne è il testimone.

Ed è di questo patto che oggi, festa patronale, dobbiamo parlare: perché un patto ha due contraenti, ed è lecito chiederci se entrambi lo abbiano mantenuto.

La Provvidenza ha voluto che questa festa fosse anche, per cinque giovani, il giorno in cui essi sottoscrivono personalmente quel patto. Ieri sera, ai primi Vespri della vigilia, Silvio e Francesco hanno rivestito la cappa ed hanno iniziato ufficialmente l’anno propedeutico che li prepara al Seminario; fra pochi istanti Mauro e Antonio riceveranno l’Ostiariato, e Claudio il Lettorato. Cinque nomi in più, dunque, sotto la quercia. Di loro parlerò dopo; ma tenete presente fin d’ora che tutto ciò che dirò della Madonna della Quercia vale, in modo eminente, per chi oggi si consacra al Suo servizio.

I. La Madonna che non si lascia spostare

Consentitemi anzitutto di ricordare un particolare della storia della Quercia che si tace troppo spesso, e che invece mi pare quello che più ci riguarda in quest’ora.

Prima dei prodigi del 1467 ve ne furono altri, più silenziosi, e di un genere singolare. Intorno al 1450 un eremita, tal Pier Domenico Alberti, ritenne che quell’immagine fosse troppo esposta, troppo povera, troppo abbandonata: la staccò dall’albero per portarla nel suo romitorio, dove le avrebbe assicurato un culto più decoroso. Il mattino seguente il coppo era di nuovo sulla quercia. Qualche anno più tardi una pia donna, Bartolomea, fece lo stesso, con la stessa buona intenzione, e più di una volta: e più di una volta l’immagine tornò da sé al ramo dal quale era stata tolta.

Riflettete, carissimi. Nessuno dei due voleva profanare la sacra immagine; entrambi volevano migliorarne la collocazione. Erano persone devote, e credevano di comportarsi in modo ragionevolissimo. Perché lasciare l’effige della Madre di Dio in un campo, tra il vento e la pioggia, quando si può darle un tetto e una lampada votiva? E la Vergine, con dolcezza e con fermezza, rispose tornando dov’era. Non dove Le pareva più comodo, ma dove Dio l’aveva posta.

Vi è qui un ammaestramento che oso dire profetico. Da sessant’anni si è tentato di spostare la Chiesa dal luogo in cui Nostro Signore l’ha collocata: dalla sua dottrina immutabile, dal suo Sacrificio, dalla sua disciplina, dalla sua costituzione gerarchica. E lo si è fatto, quasi sempre, con le ragioni dell’eremita e di Bartolomea: rendere la Fede più accessibile, più vicina all’uomo, più adatta ai tempi. Si è chiamato aggiornamento ciò che era un trasloco. Ma la Chiesa, come l’immagine della Quercia, non appartiene a chi la vorrebbe sistemare altrove; e ogni volta che la si stacca dal suo albero, cioè dalla Tradizione, essa torna là dove è stata posta, nelle mani di poveri fedeli che non hanno cambiato di una virgola ciò che hanno ricevuto. Guardate dove fioriscono oggi le vocazioni, le famiglie numerose, i giovani in ginocchio: non nelle sale conferenze in cui si discute di sinodalità, ma sotto la vecchia quercia.

Il coppo che torna al ramo è il segno che Dio non ratifica gli spostamenti degli uomini, per quanto pii essi si credano. Ne transgrediaris terminos antiquos, quos posuerunt patres tui (Prov 22, 28) — non varcare i confini antichi, che i tuoi padri hanno posto. Colei che conservabat omnia verba hæc non poteva darci lezione più chiara.

II. Gedeone sotto la quercia

Vi è nella Sacra Scrittura un’altra quercia, e sotto di essa siede un uomo che ci somiglia. Venit Angelus Domini, et sedit sub quercu quæ erat in Ephra; mentre Gedeone, il più piccolo della più piccola famiglia di Manasse, stava battendo il grano di nascosto, nel torchio, per sottrarlo ai Madianiti che avevano invaso e devastato Israele. E l’Angelo gli disse: Dominus tecum, virorum fortissime. Il Signore è con te, o uomo fortissimo.

Sono le stesse parole che l’Angelo dirà, tredici secoli dopo, a una Vergine di Nazareth: Dominus tecum. La Chiesa non le ha unite per caso nella sua liturgia. Sotto la quercia di Ofra, Dio saluta la propria forza nell’uomo più debole; a Nazareth, saluta la propria forza nella creatura più umile. E in entrambi i casi la forza non sta nel saluto, ma in Colui che lo pronunzia: Dominus tecum.

Che cosa fece Gedeone, salutato così? Tre cose, che sono il programma di ogni cattolico in tempo di occupazione. La prima: di notte, con dieci servi, Gedeone abbatté l’altare di Baal che suo padre aveva innalzato, e tagliò il palo sacro. Non dialogò con Baal, non ne valorizzò gli elementi positivi, non cercò con esso un cammino comune: lo abbatté, e offrì al Signore un olocausto sopra la sua rovina. La seconda: Gedeone chiese a Dio un segno, e Dio glielo diede nel vello — il vello asciutto mentre tutta la terra era bagnata, e poi il vello bagnato mentre tutta la terra era asciutta. I Padri della Chiesa hanno visto in quel vello la Vergine, sulla quale scese la rugiada del Verbo mentre il mondo restava arido. La terza: Gedeone si presentò alla battaglia con trentaduemila uomini, e il Signore gliene lasciò trecento. Ne glorietur contra me Israël, et dicat: Meis viribus liberatus sum (Jd 7, 2) — perché Israele non si vanti dicendo: mi sono liberato con le mie forze.

Fratelli carissimi, i Madianiti di quest’ora non arrivano sui cammelli. Occupano cattedre, dicasteri, redazioni, parlamenti; occupano il Vaticano, gli atenei, i seminari e le curie vescovili. E il popolo di Dio batte il grano di nascosto, nel torchio: celebra la Messa di sempre in cappelle di fortuna, insegna il Catechismo in casa, battezza i figli in una Fede che i pastori ufficiali dichiarano superata. Non è la prima volta; e forse non sarà l’ultima. Ma a chi, in questa condizione, si sente il più piccolo della più piccola famiglia, la quercia di Ofra risponde: Dominus tecum. E quanto ai numeri, Dio ha già detto con Gedeone ciò che pensa della preponderanza numerica.

III. L’albero maestro di Lepanto

Chi entra nella Basilica della Quercia e alza gli occhi, vede tra le sue reliquie più singolari un albero di nave: l’albero maestro di una galea turca, catturata a Lepanto il 7 ottobre 1571, e donato al nostro Santuario da San Pio V. Un Papa santo volle che il trofeo della vittoria cristiana stesse qui, presso la Madonna della Quercia, e non è difficile intuirne il motivo: quel legno spezzato accanto al legno che regge l’immagine della Vergine dice, senza parole, quale albero vinca e quale albero affondi.

San Pio V non vinse Lepanto con la diplomazia; la vinse con il Rosario. Mentre le galee si urtavano nel golfo di Patrasso, Roma pregava, e il Papa — ce lo narrano i suoi biografi — si alzò dal tavolo di lavoro, aprì la finestra e disse ai presenti: «Non è ora di affari; andate a ringraziare Dio, perché la nostra flotta ha vinto». Istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, aggiunse alle Litanie l’invocazione Auxilium Christianorum. Ed è lo stesso San Pio V che, un anno prima, con la Bolla Quo Primum, aveva fissato in perpetuo il Rito della Santa Messa che oggi si celebra a questo altare, e che nessun suo Successore aveva il diritto di proscrivere.

Ecco allora, dilettissimi, che questa festa unisce ciò che gli uomini vorrebbero separare: la Madonna, il Rosario, la Messa di sempre, e la vittoria sui nemici della Cristianità. San Pio V le teneva insieme, e per questo fu santo e vinse. Chi oggi le separa — chi recita il Rosario ma tollera che si abolisca la Messa, chi vuole la Messa ma si vergogna di parlare di nemici della Fede, chi parla dei nemici ma non prega — non vincerà nulla. L’albero maestro turco ci ricorda che la Cristianità è stata salvata, in un giorno d’ottobre, da un Papa che sapeva ancora chi fosse il nemico e Chi fosse l’Aiuto.

Ho detto un Papa. Perché il Papato è stato per secoli il katéchon, ciò che trattiene il mistero d’iniquità. E noi viviamo in un tempo in cui chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo; in cui la Sede di Pietro dialoga con chi avversa la Fede e la dissacra, e tace con chi Le chiede di essere confermato nella Fede. Non lo dico con compiacimento, ma con il dolore di un Vescovo. Nel frattempo, noi facciamo ciò che fece Roma nel 1571: preghiamo il Rosario, offriamo il Santo Sacrificio e non abbandoniamo la nave.

IV. I dieci servi di Gedeone

Vengo ora a voi, carissimi Claudio, Mauro, Antonio, e a voi, Silvio e Francesco.

Quando Gedeone abbatté di notte l’altare di Baal, la Scrittura annota un particolare che pare secondario: assumptis decem viris de servis suis. Prese con sé dieci dei suoi servi. Non i notabili di Ofra, non i sacerdoti, non i capi delle tribù: dieci servi, di cui non conosciamo il nome, che nel buio portarono la scure, la fune, la legna per l’olocausto. Senza di essi Gedeone non avrebbe potuto fare nulla; e senza Gedeone essi non avrebbero saputo che cosa fare. Questo è il ministero che oggi la Santa Chiesa vi conferisce: essere i servi del Sacrificio dell’altare, coloro che portano gli strumenti del culto sotto la quercia, nell’ora in cui il culto del vero Dio si celebra quasi di nascosto e al suo posto si adorano gli idoli.

A voi, Mauro e Antonio, tra poco consegnerò le chiavi, dicendovi: Sic agite, quasi reddituri Deo rationem pro iis rebus quae his clavibus recluduntur. Comportatevi come chi dovrà rendere conto a Dio di ciò che con queste chiavi si apre e si chiude. Giosuè pose la pietra del patto subter quercum, quae erat in sanctuario Domini (Jos 24, 26): sotto la quercia che stava nel santuario del Signore. Un santuario ha una soglia, e la soglia ha un custode. Voi sarete custodi della soglia di questa Chiesa, che è la soglia del patto: aprirete a chiunque venga per rinnovarlo, per pentirsi, per adorare — e non v’è peccatore al mondo per il quale quella porta sia troppo stretta — ma non aprirete a chi viene per riscriverne le clausole. L’ostiario, dice l’antica disciplina, percutit cymbalum et campanam, suona le campane: fate che le vostre campane siano quelle che chiamarono i trentamila del 1467 che si radunarono a Viterbo per implorare la fine della peste, e non quelle che tacciono per non disturbare il mondo. E ricordate l’eremita e Bartolomea: la Madonna non si lascia spostare, e neppure la Chiesa. Il vostro ufficio è il più umile e per questo il più esposto: il portinaio è il primo che il nemico incontra, e il primo che può tradire. Ma voi non tradirete.

A te, Claudio, consegnerò il libro: Accipe, et esto verbi Dei relator. E ti dirò di proclamare le divine letture distincte et aperte, absque omni mendacio falsitatis — chiaramente, apertamente, senza alcuna menzogna di falsità. Considera che cosa disse Giosuè della pietra: audivit omnia verba Domini — la pietra ha udito tutte le parole del Signore. Tutte: non quelle gradite, non quelle pastoralmente corrette, non quelle che l’uditorio è disposto ad accogliere. Il lettore è una pietra che ha udito tutte le parole e le restituisce tutte, intere, senza togliere e senza aggiungere. Oggi si è fatto della Parola di Dio un cammino, un ideale, un discernimento: tu ne farai ciò che ne fece la Vergine, che conservabat omnia verba hæc e ne visse fino al Calvario. Con la Parola non si negozia; si proclama, e si obbedisce. Quod ore legis, corde credas, atque opere compleas. E poiché al lettore la Chiesa affida di benedicere panem et fructus novos, ricordati che il primo frutto della terra che tu benedirai è quello che pende da un albero del Campo Graziano.

E a voi, Silvio e Francesco, che ieri sera, ai primi Vespri, avete rivestito la cappa, dico una parola sola, perché all’inizio del cammino le parole devono essere poche. La cappa che portate non è un abito da cerimonia: è un manto, ed è il primo segno che voi vi ponete sub tuum præsidium, sotto la protezione di Colei che noi qui veneriamo. Ieri il mondo vi ha visti entrare in chiesa vestiti come tutti; oggi vi vede vestiti diversamente, e già vi giudica. Bene: cominciate ad abituarvi. L’anno propedeutico non serve a imparare il latino — quello verrà — ma a imparare a essere coppi di terracotta, cioè a lasciarvi dipingere il volto di Cristo senza pretendere di scegliere il pennello. Gedeone chiese un segno, e Dio glielo diede nel vello: chiedete anche voi il vostro, con umiltà, e la Madonna ve lo darà; ma non chiedete di essere in molti. Trecento bastarono, e voi siete due.

Cinque servi in più sotto la quercia. Non è poco: è precisamente ciò con cui Dio ha sempre cominciato.

V. Il patto: chi lo ha rotto?

Torniamo dunque al patto d’amore, e alla domanda che ho posto all’inizio: i contraenti l’hanno mantenuto?

La Madonna, certamente. Dal 1467 a oggi non vi è generazione viterbese che non abbia potuto testimoniare la Sua protezione: il cavaliere Spiriti che nel 1506, inseguito dai nemici, passò a cavallo un precipizio che nessun cavallo può passare; la giovane Barbara Moscaroli, che nel 1625 restò un’ora a galla nel pozzo profondo in cui era caduta; le mille grazie che coprono le pareti del Santuario della Quercia. La Signora della Quercia ha tenuto fede al Suo impegno con una puntualità che dovrebbe farci arrossire.

E noi? Non parlo di Viterbo soltanto, ma della Cristianità intera, della quale Viterbo è un frammento e uno specchio. Un patto con la Madre di Dio è un patto con Suo Figlio, e un patto con Suo Figlio ha delle clausole che non si possono riscrivere: Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus (Jos 24, 24). Serviremo il Signore; obbediremo ai Suoi comandamenti. Non ai comandamenti di questa o quella agenda, non alla morale riscritta dei sinodi, non alla religione universale della fratellanza senza Cristo: ai Suoi Comandamenti, tutti, e sempre.

Ora, dilettissimi, guardiamo con onestà a ciò che è accaduto. Il patto d’amore è stato spezzato non dal popolo, che ha continuato a salire alla Quercia, ma dai Pastori che avrebbero dovuto custodirlo in nome del popolo. Si è insegnato che i comandamenti sono un ideale, che il peccato è una fragilità, che la Verità è un cammino; si è consegnata la Città di Dio alla città dell’uomo, e si è chiamata questa resa apertura. Chi ha rotto il patto non è chi ha resistito a questo tradimento: è chi lo ha compiuto e chi, per quieto vivere, lo ha subito. E oggi chi resta fedele viene colpito con censure che non si osano applicare a chi apertamente nega la Fede. Ma la pietra sotto la quercia di Sichem ha udito le parole del Signore; e il coppo sotto la quercia di Viterbo ha udito le parole di Viterbo. Testimoni entrambi: e nel giorno del giudizio parleranno.

VI. Nisi Dominus custodierit civitatem

Da pochi anni questa Città ha voluto proclamare ufficialmente la Vergine della Quercia sua Custode. È un titolo che merita di essere preso sul serio, perché il Salmo ci ammonisce: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam (Ps 126, 1) — se il Signore non custodisce la città, invano vigila chi la custodisce. Invano vigilano i sistemi di sicurezza, le assicurazioni, i piani sanitari, le reti digitali di sorveglianza che il potere mondiale stende sulle nostre vite in nome della nostra protezione. Invano: perché la città che si è affidata a se stessa ha già perduto ciò che voleva custodire.

Viterbo, nel 1467, non chiese soccorso a un’agenzia né si precipitò a farsi vaccinare: salì in ginocchio a una quercia. E la peste cessò. Vi è nella semplicità di quel gesto una sapienza politica che i nostri governanti, e purtroppo anche i nostri pastori, hanno smarrito: la salvezza pubblica si ottiene con la pubblica penitenza. Non lo dico io: lo dice la storia di questa Diocesi. Una Città che ha una Custode in Cielo può permettersi di non temere gli uomini; una Città che si vergogna della sua Custode sarà preda del primo Madianita che passa.

VII. Rinnoviamo il patto

Rinnoviamo dunque oggi il patto d’amore, ma rinnoviamolo intero, con tutte le sue clausole, e non come una cerimonia civica. Rinnoviamolo come l’immagine che torna al ramo: promettendo di non lasciarci spostare, con tutte le buone ragioni del mondo, dalla Fede dei nostri padri. Rinnoviamolo come Gedeone sotto la quercia di Ofra: abbattendo di notte, se occorre, gli altari di Baal che le nostre Diocesi e le nostre parrocchie hanno lasciato innalzare. Rinnoviamolo chiedendo il segno del vello, cioè la Vergine; accettando di essere trecento. Rinnoviamolo come San Pio V: con il Rosario in mano, la Messa di sempre all’altare, e senza alcuna vergogna di sapere chi è il nemico e Chi è l’Auxilium Christianorum. Rinnoviamolo come i dieci servi di Gedeone: voi, Mauro e Antonio, alla soglia con le chiavi; tu, Claudio, con il libro che ha udito tutte le parole; voi, Silvio e Francesco, sotto il manto della cappa; e ciascuno di noi, nel posto che la Provvidenza gli ha assegnato, senza chiedere un posto migliore.

E rinnoviamolo, infine, come i trentamila del 1467: in ginocchio. Perché il patto non lo scriviamo noi; lo scrive la Vergine Madre nel Suo Cuore Immacolato, che ha promesso di trionfare, e che trionferà anche su questa peste, come sull’altra, quando i figli di questa Città e di questa Chiesa avranno di nuovo imparato la strada del Campo Graziano.

Quasi terebinthus extendi ramos meos, et rami mei honoris et gratiæ. Sotto quei rami vi sia rifugio; sotto quei rami vi sia il testimone del vostro voto; sotto quei rami, dilettissimi, vi trovi sempre la Madonna della Quercia, Custode di Viterbo e Regina del Santissimo Rosario. E così sia.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

Viterbo, 13 Settembre MMXXVI
Beatæ Mariæ Virginis a Quercu, Diœcesis Viterbii Patronæ, et Viterbii Custodis

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